Torino, volevano uscire con la ricina

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L’ultima scena doveva essere questa: due manine inconsapevoli che impugnano il calcio di una pistola ad acqua. Una canna di plastica puntata contro un uomo che sta uscendo dai cancelli di una fabbrica. Uno spruzzo, l’ultimo sorriso di chi pensa a uno scherzo innocente, le convulsioni, l’inizio di una lenta agonia senza ritorno. C’era anche un sicario bambino nella trama di morte immaginata da tre ventenni torinesi. E la sceneggiatura non era quella di un film. Ma un piano diabolico con vittime in carne e ossa da giustiziare con un’arma silenziosa e letale. Ricina. Il veleno usato da Saddam e dal Kgb che i carabinieri del Ros hanno sequestrato a casa del quarto della banda, il “chimico”, Rainer Hachenberg che ha 22 anni, è nato a Bra, e dal 21 dicembre è rinchiuso in una cella ad Asti, accusato di “produzione e detenzione di armi chimiche”.
All’alba del 3 aprile, mentre i carabinieri e i vigili del fuoco tornavano nel suo garage laboratorio di Bra con gli scafandri alla ricerca di altre sostanze tossiche, sono scattate le manette anche per gli altri tre: Emanuele Giordano, 24 anni, Simone Rorato, 22 anni, Luca Servetto, di 20. A tutti, il pm Manuela Pedrotta del pool antiterrorismo contesta la produzione della ricina, il tentato omicidio aggravato e continuato, la tentata fabbricazione di arma clandestina. Quella pistola in 3D modello “Liberator” che la banda aveva ordinato sul web.
È stato l’artigiano che avrebbe dovuto spedire i pezzi a denunciare l’ordine ai carabinieri del Ros una volta compreso a cosa sarebbero serviti. E così ha preso il via un’indagine che è arrivata a un’importante svolta prima di Natale grazie all’intuito dei militari e alle intercettazioni.  Le ultime risalgono al 19 e al 20 dicembre. «Dobbiamo arrivare a mezzogiorno e mezza» , dice uno. «Devo chiamare la mamma del bambino» risponde l’altro. E i carabinieri intervengono, arrestando Hachenberg, sequestrando la ricina e perquisendo le case degli altri.
La banda stava mettendo a posto gli ultimi dettagli, provando con l’acqua il getto di una pistola giocattolo che andrà riempita con la ricina e messa in mano al cuginetto di uno dei quattro, che ha 12 anni che e rischia pure lui la vita. Ma i “grandi”, evidentemente, sono disposti a sacrificarlo. Accecati da un piano folle e perverso cui hanno pure dato un nome: “Operazione Kavall”, lo stesso scelto per la chat in cui discutono delle dosi necessarie per colpire una persona di 80 chili. E la persona  è quella che che il “giorno x” andrà annientata all’uscita di una fabbrica della prima cintura torinese, la stessa che il 10 novembre ha rischiato di morire all’Asso di Bastoni, il circolo di Casapound che tutti frequentavano. Era la sera del “Bloccoparty”, la ricina era scivolata nel bicchiere di vodka della vittima designata, lui l’aveva ingerita, ma a parte un po’ di mal di pancia non era capitato niente. Salvato dall’alcol che aveva fatto precipitare la molecola killer, rendendola quasi inoffensiva. Ma quell’uomo andava punito per aver “rubato” la ragazza a uno dei quattro. Con la pena capitale. Sono sue le fotografie che gli aspiranti killer si scambiano su un altro “gruppo” virtuale con le immagini e le mappe del luogo in cui lavora, gli orari di apertura e di chiusura della ditta, i possibili percorsi per non essere visti mentre prendono appunti sulle sue abitudini. Questa seconda chat si chiama “Identikit Bersagli”. Ed è inquietante di per sé, ma anche per l’uso del plurale. Forse, quello del bambino con pistola non era l’ultimo ciack. Forse, se il “film” fosse riuscito bene, sarebbe diventato la prima puntata di una serie. I carabinieri del Ros ne sono certi. «C’era anche un’altra vittima designata, ma il piano è rimasto a livello di intenzione». Anche il secondo obiettivo frequentava gli ambienti di estrema destra in cui vittime e carnefici si erano conosciuti. «Ma la politica non c’entra», precisa il pm Manuela Pedrotta. Anche in questo caso il movente sarebbe stato passionale. E poi ci sarebbe stato un interesse a «scopo di lucro» spiega  Marco Rosi, il comandante della Divisione antiterrorismo del Ros, con il tenente colonnello Massimo Corradetti. Perché il gruppo, dopo averla usata, la ricina «avrebbe voluto metterla in vendita sul deep web».