Sacra di San Michele, nessun colpevole per l’incendio

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Il rogo che nella notte dello scorso 24 gennaio ha rischiato di incenerire la Sacra di San Michele, il monumento simbolo del Piemonte, resterà senza un colpevole. Il giudice Mariafrancesca Abenavoli ha ritenuto condivisibile la richiesta del procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo e ha disposto l’archiviazione per l’unico soggetto iscritto nel registro degli indagati per incendio colposo. Una decisione, quella proposta dal pm, che era maturata dopo che sulla sua scrivania al quinto piano del Palazzo di Giustizia erano arrivate due consulenze: una stilata dai vigili del fuoco che lo scorso inverno erano intervenuti sul tetto della Sacra dove era in corso un intervento di impermeabilizzazione e una redatta dagli specialisti dello Spresal, il Servizio di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro del Piemonte. E proprio quest’ultima analisi è risultata decisiva per le valutazioni del magistrato, secondo cui l’incendio «è senz’altro attribuibile alla ristrutturazione del tetto, ma non sono ravvisabili profili di colpa penalmente rilevanti in capo all’operaio, né quanto alla fase esecutiva, né nella successiva sorveglianza». Perché «se anche può essere mancata una sorveglianza specificamente indirizzata alla sicurezza antincendio, la natura occulta dell’innesco e la lentissima propagazione della combustione non avrebbero comunque permesso all’operatore di rendersi conto di quanto stava accadendo». L’operatore, difeso dagli avvocati Patrizia Gervasi e Silvia Alvares, era indagato perché, “nell’esecuzione di lavori di impermeabilizzazione del tetto in legno della Sacra, per colpa, non adottando le opportune cautele, cagionava l’incendio a causa dell’uso di cannello a fiamma libera per stendere la guaina impermeabilizzante”. E il perito è arrivato alla conclusione che l’incendio si è sviluppato «a causa del riscaldamento di legno e guaina con cannello alimentato a gpl». Il fatto, dunque, ragionava il pm nella richiesta di archiviazione, «è oggettivamente imputabile ai lavori in corso e soggettivamente a chi li ha eseguiti». Ma «la combustione è rimasta covante per lo scarso apporto di ossigeno» e i suoi effetti «all’inizio erano non percepibili dall’operatore presente sul luogo».
L’incendio, sostiene il perito e riporta ancora il procuratore aggiunto è stato un evento «non usuale», che ha potuto verificarsi per la concorrenza di tre condizioni convergenti. «Nelle lavorazioni del genere – ragiona innanzitutto il consulente – è impossibile annullare il rischio». E  «l’assunzione di tutte le precauzioni del caso non può escludere un’alea residua che permane sempre». E poi, punto fondamentale, «è evidente che durante i lavori non è accaduto nulla di anomalo».
Certo, afferma il pm, «ragionando con il senno di poi si deve ammettere che se l’impermeabilizzazione fosse stata eseguita con guaina incollante, senza l’utilizzo di fiamme libere, l’evento non si sarebbe prodotto». Ma «non esiste alcun obbligo di adottare questa procedura alternativa e del resto l’operaio aveva maturato una lunga esperienza nella esecuzione di lavori di copertura tetti». E «il perito ha affermato di non aver rilevato criticità nell’esecuzione dell’opera». Il fatto che «la combustione abbia covato per ore prima di manifestarsi è poi un altro elemento a favore della difesa». E questo «sia perché dimostra la particolarità del caso, sia perché ha probabilmente messo l’operatore nella oggettiva impossibilità di accorgersi dell’innesco».