Omicidio Murazzi: “L’ho ucciso perché era troppo felice”

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«L’ho ucciso perché era troppo felice. Tra tutti coloro che mi sono passati davanti, era quello con l’aria più felice di tutti». Stefano Leo è morto senza un motivo, ucciso quel 23 febbraio perché come ogni altro giorno sorrideva alla vita mentre percorreva il lungo Po di Torino per andare a lavorare.
Dopo un mese di serrata caccia all’uomo, il suo killer si è presentato in questura ed è poi stato arrestato dai carabinieri. L’assassino è nato in Marocco ma ha cittadinanza italiana. Si chiama Said Machaouat, ha 27 anni, è disoccupato e da qualche mese, dopo essere stato sfrattato, dormiva nel rifugio per senzatetto di piazza d’Armi, a pochi passi da dove ha nascosto il coltello con il quale ha tagliato la gola a Stefano. Domenica, assistito dall’avvocato Basilio Foti, è stato interrogato al comando provinciale dei carabinieri dagli investigatori e dai pm Ciro Santoriello e Enzo Bucarelli. Una confessione durante la quale non ha mostrato il minimo segno di pentimento e in cui ha vaneggiato paragonandosi a Michael Jackson ma che lo stesso procuratore capo Paolo Borgna ha definito «sconvolgente». Nessun rivale in amore, niente liti sul lavoro o segreti inconfessabili. Stefano Leo è stato ucciso da un perfetto sconosciuto. «Ho scelto lui tra le tante persone che passavano perché aveva l’aria felice e io non sopportavo la sua felicità». E ancora: «Volevo ammazzare un bianco, giovane come me, non doveva essere troppo vecchio perché altrimenti non sarebbe fregato niente a nessuno. Volevo toglierlo ai suoi amici e parenti». Lui stesso ha escluso anche moventi di tipo religioso: «Non sono musulmano».
Said poi ha raccontato cosa l’ha spinto alla follia dopo una vita tranquilla. Tutto sarebbe cambiato nel 2015, quando è stato lasciato dalla convivente con cui aveva avuto un figlio che ora ha 6 anni. Da quel momento Said sarebbe caduto in depressione, tanto da essere stato anche seguito per un certo periodo dalle assistenti sociali ma la situazione è peggiorata quando la donna ha trovato un altro compagno: «Aver sentito mio figlio chiamare “papà” un altro mi ha devastato la testa».
E così quel mattino Said si è svegliato «innervosito per le voci nella testa», è andato in un supermercato di via Borgaro e ha comprato un kit di coltelli dal manico rosa e rosso. Poi ha tenuto il più grosso e affilato e ha buttato gli altri: «Volevo andare a suicidarmi» ha detto all’avvocato Foti. E forse voleva farlo sotto casa della sua ex, visto che la donna abita a poca distanza dal lungo Po. Ma anche a pochi metri dalla casa in cui da qualche mese si era trasferito Stefano Leo. Said poi quel mattino ha cambiato idea: alle 9.30, come mostrano le telecamere, è arrivato in piazza Vittorio ed è sceso ai Murazzi. Poi si è seduto sulla panchina del lungo Po e ha litigato con un passante che stava scattando delle foto. Poteva uccidere lui ma il destino ha voluto diversamente. Said ha aspettato ancora, fino a quando non è arrivato Stefano. «Mi sono avvicinato da dietro, l’ho affiancato da destra e impugnando il coltello con la mano sinistra l’ho colpito al collo».
Entrambi hanno poi salito le scale. Stefano per andare a morire in mezzo a corso San Maurizio, dissanguato sotto gli occhi di passanti e automobilisti che non hanno capito subito quanto era accaduto. Said invece è scappato in lungo Po Cadorna, poi ha girato in via Pescatore e ancora in via Bava. Qui è salito sul tram 16 che stava arrivando proprio in quel momento. La sua fuga è poi finita in piazza d’Armi, dove ha nascosto il coltello in una cabina dell’Enel «perché non sapevo se mi sarebbe potuto servire ancora». Said non sapeva che proprio domenica ai Murazzi c’era stata una manifestazione per chiedere giustizia per Stefano. Non è stato quella a spingerlo a consegnarsi ai carabinieri ma la consapevolezza di poter uccidere di nuovo.
Pochi giorni fa un altro uomo aveva confessato il delitto ma si era rivelato essere un mitomane. Temendo il bis, i carabinieri hanno verificato con cura il racconto di Said, durante il quale il giovane ha fornito dettagli che non erano mai stati pubblicati sui giornali. La prova che dovrà escludere qualunque ulteriore minimo dubbio però arriverà nei prossimi giorni: sul coltello c’erano tracce di sangue e basterà un esame del Dna per accertare che si tratti di quello di Stefano.